Dalla creazione brochure col mocio alla newsletter con l’emoji
Una guida (non troppo) seria alla storia della creazione di brochure, dei cataloghi e dei company profile, dal 1960 a oggi. Con esempi reali, tanta carta e un pizzico di nostalgia analogica.
Gli anni ’60 – La Brochure è Regina (e pesa più di tua nonna)
L’epoca d’oro della creazione brochure: quando comunicare significava impaginare come se non ci fosse un domani
Negli anni del boom economico, le aziende iniziano a comunicare davvero con il mondo. Ma attenzione: “comunicare” non significa parlare chiaro. Significa stampare brochure spesse come la Bibbia, con titoli in Helvetica, foto in bianco e nero e frasi come “Il futuro è nostro”.
🔍 Esempio epocale: la Fiat lanciava i suoi modelli con dépliant pieni di dati tecnici e pochissimo storytelling. Al massimo c’era una foto con la famiglia felice (rigorosamente eterosessuale e sorridente) davanti a una 124.
📝 Il company profile era una cosa da Consiglio di Amministrazione: serio, statico, formato A4, rilegato a spirale metallica e con almeno due grafici incomprensibili.
Gli anni ’80 – Più colore, più caratteri, più confusione
L’era della creazione brochure ad alto impatto visivo, tra esperimenti grafici e schizofrenia aziendale
Arriva il desktop publishing, e con lui l’anarchia tipografica. I loghi diventano più audaci, il colore è ovunque, i titoli urlano. Le brochure ora hanno l’ambizione di piacere a tutti: al tecnico, alla segretaria, al figlio del titolare.
🔍 Esempio cult: Olivetti, che alterna grafiche visionarie a cataloghi serissimi di stampanti. C’è il tentativo (maldestro) di essere cool e tecnico allo stesso tempo.
🗂 Il catalogo di prodotto diventa un’arma commerciale: spessi, plastificati, colorati e con “la novità in prima pagina”. Il contenuto? Spesso dimenticato in favore di una grafica “che spacca” (parole del grafico con la coda di cavallo).
Gli anni ’90 – L’epoca PowerPoint e dei PDF non richiesti
L’avvento del digitale porta due piaghe: PowerPoint come forma d’arte e il PDF inviato via fax.
Le brochure cartacee resistono, ma il company profile diventa un file, spesso con transizioni improbabili e musica MIDI in sottofondo.
🔍 Caso interessante: Barilla. Da brochure istituzionali a veri e propri documentari aziendali su CD-ROM, con tanto di sezioni interattive (che nessuno apriva). In questi anni, la creazione brochure vive un momento di transizione incerto, sospesa tra carta e digitale.
💾 Il messaggio si smaterializza, ma l’impatto spesso crolla. Una generazione intera confonde l’identità aziendale con uno sfondo blu notte e il font Arial 18.
Gli anni 2000-2010 – Minimalismo e Storytelling forzato
Le aziende scoprono Apple. Tutto deve essere bianco, pulito, elegante. Anche se vendi bulloni.
La brochure si fa snella, quasi anoressica. Il catalogo si trasforma in uno strumento “esperienziale” (ma alla fine sempre quello è). Il company profile? Un racconto. Peccato che sia spesso più simile a un libro di Paulo Coelho che a un documento informativo.
🔍 Esempio perfetto: Ikea. I suoi cataloghi diventano leggenda. Non solo schede prodotto, ma racconti di vita, di ambienti, di relazioni. Il mobile diventa pretesto per raccontarti chi sei (o chi dovresti essere).
📘 È il trionfo della narrazione aziendale, ma anche l’inizio dell’era dei buzzword: “vision”, “mission”, “purpose”, “customer centricity”. Chi più ne ha, più confonde. In questo contesto, la creazione brochure assume un nuovo significato: meno informativa, più emozionale.
Dal 2010 a oggi – Emoji, Video e Newsletter che ti danno del tu
Benvenuti nell’era della comunicazione agile, dove la brochure è un carosello su Instagram, il company profile è un video di 90 secondi e il catalogo… una piattaforma e-commerce.
🔍 Caso brillante: Patagonia. Company profile come manifesto politico, catalogo come veicolo di valori, brochure sostituita da video e newsletter con sarcasmo ben dosato. La creazione brochure, però, non scompare: evolve in formato e scopo, diventando spesso un punto di partenza per esperienze digitali multicanale.
📲 Le aziende ora parlano come persone, o almeno ci provano. Spesso esagerano: “Ciao! Ti va di scoprire il nostro mondo sostenibile e pieno di amore per la natura?” dice il brand che vende calcestruzzo.
La nostra interpretazione: la comunicazione come specchio del suo tempo
Tutto questo percorso ci dice una cosa semplice: la comunicazione d’impresa evolve come evolve la società. Dalla serietà istituzionale degli anni ’60 all’ironia millennial delle newsletter di oggi, ogni fase riflette il modo in cui vogliamo essere percepiti: autorevoli, moderni, umani, sostenibili, sexy… anche se vendiamo bulloni.
E oggi? Siamo nell’era dell’iper-personalizzazione, in cui ogni contenuto aziendale deve essere:
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corto ma denso
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bello ma accessibile
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serio ma simpatico
In pratica: un miracolo di equilibrio. E la creazione di brochure, anche se trasformata, resta una componente fondamentale di questa sfida creativa.
In conclusione: la brochure è morta?
No, è solo cambiata. È diventata un video, un carosello social, una pagina “Chi siamo” fatta bene. Ma il principio è lo stesso: raccontare chi sei, perché lo fai e perché il tuo cliente dovrebbe fidarsi di te.
La creazione brochure continua ad avere un ruolo chiave, anche nel digitale. Il formato cambia, ma l’obiettivo resta: lasciare un segno.
Il resto? Solo carta (digitale).

